Nel lontano novembre 1995, dopo l'uscita di Tom Joad, Bruce annunciò il Solo Acustic tour, che consisteva essenzialmente in sè stesso sul palco con varie chitarre ( ahimè acustiche ) e armoniche di diverse tonalità. Ai tempi ero ancora abbastanza acerba come fan, ero andata pochissimo all'estero a vederlo, e non conoscevo molti springsteeniani. Mi accompagnavo di solito a una coppia, detti i Muffi, che non erano esattamente quel che si dice due tipi pimpanti ( i primi aggettivi che mi vengono in mente ricordandoli sono uggioso, smorto, dimesso...)
comunque.
Da oltreoceano apprendemmo con raccapriccio varie cose, e cioè che il tour era acustico, che non si poteva cantare o battere le mani, che si doveva stare seduti ( cosa che a me ai tempi pareva vagamente blasfema, " Seduta a un concerto di Springsteen? Cioè, in piedi, bene. In ginocchio sui ceci, benissimo. SEDUTA mentre lui officia la messa sul palco? naaaaaaaaaaaa! " ) e che siccome tutte queste cose lui le diceva prima del concerto, c'era il rischio di venire da lui cazziati durante il medesimo, se non si rispettavano le regole.
La cosa più spaventevole di tutte, in ogni caso, era che avrebbe suonato in posti molto piccoli per i suoi soliti standard, teatri invece che stadi e palazzetti, e capimmo subito che la Campagna d'Italia per prendere i biglietti sarebbe stata molto sanguinosa.
Alcune date europee vennero annunciate per febbraio 1996. Ai tempi non c'era internet, e le biglietterie avevano la simpatica usanza, che peraltro mantengono inalterata ancora oggi, di non rispondere al telefono. Perciò, per sapere se e quando avrebbe suonato in Italia, non restava altro da fare che passare ogni giorno che Dio mandava in terra da una biglietteria all'altra e sperare di ottenere una risposta, prima o poi.
Passarono così gennaio e quasi tutto febbraio. Io facevo i turni, ed entravo nelle tre principali rivendite di Milano una volta ogni due/tre giorni. Verso la fine di febbraio gli addetti, che peraltro cominciavano a riconoscermi ( quello della Virgin mi vedeva arrivare dal fondo del corridoio e scuoteva il capo facendo no, così mi risparmiava un pò di strada, in quella di via Garibaldi non entravo nemmeno, mi affacciavo alla vetrina e loro da dietro il vetro mimavano grandi e inesorabili NO ), cominciarono a dire Forse, magari, può essere che ad aprile venga. Posta di fronte a tale impietosa verità, presi la sana abitudine di passare da tutte e tre le biglietterie tutti i giorni, tutti tutti. Tutti.
Una mattina di marzo, e qui la memoria mi tradisce un pò, ma credo fosse il 5, finii di lavorare alle 14.30. Faceva molto freddo, io avevo dimenticato la sciarpa a casa ( ok, lo so, sembra la storia della Piccola Fiammiferaia Springsteeniana, ma andò proprio così ), avevo sonno, ero stanca e pensavo che perdere un solo schifoso giorno non avrebbe fatto la minima schifosa differenza. Però, non so perchè, non diedi retta alla vocina che mi diceva Vattene a dormire! e andai alla Ricordi ( No ), alla Virgin ( NO!) e alla Biglietteria di Corso Garibaldi. Qui la tizia addetta alle vendite, che nei momenti liberi invece che rispondere al telefono si esercitava al basso, mi vide attraverso la vetrina e mimò un: " Entra! " che mi lasciò un pò perplessa. Entrai e si alzò. Aveva uno strano bagliore negli occhi. " Ce l'hai fatta! " esclamò, e cominciò a sparare a raffica una serie di frasi con punto esclamativo: " Ce li abbiamo! Suonerà l'11 aprile allo Smeraldo! li vendiamo domani! suona anche a Genova e Roma, ma noi non li avremo! e abbiamo in tutto 70 biglietti! ". Prese fiato, e indicò fuori. " C'è già qualcuno in fila! " - aggiunse.
Uscii, un pò frastornata, mi unii alle due persone in attesa, e tutti e tre cominciammo a considerare con una certa incredulità quanto fortunati eravamo stati, tutto sommato.
Durante il pomeriggio si aggiunsero altre cinque o sei persone, facemmo la nostra brava lista, e decidemmo di andare a casa a turno a prendere sacchi e pelo e coperte, e poi di passare la notte lì. Eravamo stupiti che non ci fosse poi tanta gente che veniva a chiedere, ma pensammo che molti, una volta saputo che la vendita sarebbe iniziata il giorno successivo, avessero deciso di passare di lì la mattina dopo sul presto. Alle sette di sera uscì la bigliettara bassista con un'aria funerea, sventolandoci in faccia un fax: " Mi spiace ragazzi, è arrivato un contrordine dall'organizzazione. Vogliono che i biglietti di tutte e tre la date si vendano contemporaneamente, e siccome per le altre città non sono pronti, hanno deciso che tutte le vendite inizieranno venerdì."
Venerdì ? Venerdì tra due giorni e tre notti? VENERDI' cioè tipo come qualcosa fra sessanta ore??? Il promoter di Bruce in Italia ai tempi era Mamone, che si schiantò in macchina qualche anno dopo, perchè gli venne un infarto mentre guidava. E ciò serve solo a dimostrare che non si può pigliare accidenti da migliaia di persone per anni e anni e ANNI di fila e uscirne indenni. ( cosa che mi fa sperare in un roseo futuro per quel che riguarda il nostro fanta premier ). Comunque, cominciammo a tirargli accidenti, a lui e a tutta la sua famiglia nonchè progenie, ma non è che avessimo molta scelta, in realtà, se non andare a casa. Però noi eravamo i primi, capite, i primi dieci, e non volevamo mollare. E sapevamo che il mattino dopo tutti quelli che quel pomeriggio erano passati a chiedere, e tutti quelli a cui l'avevamo detto, e tutti quelli a cui la biglietteria l'aveva detto, sarebbero arrivati convinti di trovare la prevendita pronta e pimpante, e invece si sarebbero scontrati contro un enorme, colossale due di picche. E d'altra parte l'unica speranza era battere tutti sul tempo, e così decidemmo che saremmo arrivati il mattino dopo sul presto, moooolto sul presto, e avremmo affrontato gli eventi a piè fermo. Circa, insomma. Un piano più o meno così.
Quindi me ne tornai a casa, arrivai verso l'una di notte, preparai uno zainetto, dormii un tre ore circa e alle 6 del mattino ero di nuovo in Corso Garibaldi. La scena era animata da un variegato gruppo di bergamaschi e bresciani, milanesi di vario calibro, due netturbini, il giornalaio, il garzone del panettiere che cercava di parcheggiare sui nostri piedi, un signore che portava a spasso il cane e i cinque che erano in coda con me il giorno prima. Spiegammo quel che era successo la sera precedente, e immediatamente scoppiò un sano e variegato dibattimento su Di che Cosa avrebbe dovuto morire Mamone se solo ci fosse un pò di giustizia a questo mondo e Che cosa faremo ora. Alle 8.00 la folla aveva raggiunto dimensioni tali da potersi definire catastrofica, e i toni si facevano sempre più eccitati. Alle 10.00 la Biglietteria aprì, e tutti si riversarono dentro a ondate per riprendere il variegato dibattito. Siccome la capienza del locale era pari a quella di un frigorifero steso, tutti quelli che rimanevano fuori si pressavano contro la vetrina, gridando e/o mimando la loro opinione.
Verso le undici, dopo ore di seghe verbali, apparve chiaro anche ai più testardi che non si poteva fare molto: i biglietti disponibili erano 70, mancavano due giorni e due notti alla vendita, e c'era chi si voleva già mettere in fila. A quel punto, quasi tutti andarono via. Rimanemmo in circa trenta. Facemmo la nostra brava lista, e decidemmo gli appelli. Siccome da sola non potevo fare molto, andai in un baretto di fronte a telefonare ( non c'erano nemmeno i cellulari, ai tempi) ai Muffi, spiegando che io avrei potuto fare il grosso della coda, se solo mi avessero dato un cambio ogni tanto. I Muffi, in quanto tali, dissero Ah, Bah, Bè. Così li abbandonai al loro destino, tornai sul posto, e mi misi in coppia con un ragazzo metallaro che si sentiva molto colpito dal disco nonchè dalla figura di Springsteen. In due, dandoci il cambio agli appelli, era solo una prova di resistenza. Lui andò quindi a lezione ( come quasi tutti i fortunelli presenti, me esclusa, era studente universitario, e aveva quindi un bel pò di ore libere da dedicare alla vita sociale, nonchè alle code in biglietterie ) e tornò verso le 16.00. Io corsi a casa per espletare un minimo di funzioni igieniche, e poi al lavoro, dove avevo sagacemente chiesto di fare il turno dalle 18.00 alle 00.30. All'una di notte ero di nuovo sul posto, e mi attendeva una gradita sorpresa del destino sempre in agguato. Il giovane metallaro mi disse che doveva abbandonare: i genitori non accettavano che facesse una cosa simile, se non forse per un figlio malato. Certamente non per un cantante, che non era neanche metallaro. Sentivo di aver toccato il fondo: da sola, al freddo, e senza sacco a pelo, perchè nella fretta me l'ero scordato. Avevo in macchina solo due coperte, ma per dormire sull'asfalto di milano al 5 di marzo era un pò poco... E va bè. Così rimanevo sola, trallalero trallallà. Per fare un richiamino di pipì mi infilai nel baretto un momento prima che chiudesse ( i gestori cominciavano a guardarci con una sorta di disgusto e rassegnazione ) e SORPRESA! mi erano pure venute le mestruazioni. Mi sbagliavo: ora, avevo proprio toccato il fondo.
Alle due di notte davanti alla porta della biglietteria era steso un variopinto tratto di springsteeniani avvolti in sacchi a pelo e coperte. Io rimasi a gelarmi le cosiddette per un paio d'ore, poi presi una delle mie coperte e l'allungai a un ragazzo dicendogli: Io vado in quella macchina là. Tu tienimi il posto per un due/tre ore e ti lascio la coperta. Lui trovò equo il baratto, e così mi buttai in macchina, dove faceva un freddo becco lo stesso, però almeno avevo la radio e i sedili morbidi. Di quella notte non ricordo molto, solo che mi addormentavo per un quarto d'ora circa per poi risvegliarmi di soprassalto e buttare un occhio all'entrata della biglietteria per vedere se per caso qualche gruppo di bergamaschi stava tentando di scalzare i miei compagni di lista e partito. O se per caso non avevo sentito la sveglia e avevo mancato l'appello. O se per caso non era apparso Mamone all'orizzonte e io mi stavo perdendo il linciaggio.
Alle sei eravamo tutti in piedi, tutti e 35, scarmigliati, avvolti nei sacchi a pelo e in cerca di caffè. Il baretto aprì, e il proprietario sospirò: " Ma siete ancora qui?"
Alle otto chiamai il lavoro, dicendo che non mi sentivo molto bene, che era anche abbastanza vero. Alle nove a noi 35 si era aggiunta una quarantina di persone circa che avevano insistito per mettersi in lista d'attesa, e che ci giravano attorno come avvoltoi sperando che qualcuno di noi stramazzasse al suolo per prenderne il posto. Alle dieci quelli della biglietteria dissero che avevano anche 30 biglietti per il concerto di Genova ( pacchetto pullman più biglietto obbligatorio, ovviamente). Tutti quelli in waiting list si iscrissero, ovviamente, e un ragazzo davanti a me fece l'errore di dire :" Bè, a me in realtà ne serve uno solo." Al che io, che dall'annuncio dei biglietti di Genova gravitavo loro attorno come un avvoltoio sperando che qualcuno stramazzasse al suolo, con ampia ma elegante manovra del braccio estrassi una mazzetta di banconote e gli dissi OK, prendilo per me. E fu così che andai anche a Genova. Ma non divaghiamo.
Alle undici avevo bevuto tre caffè, due cappuccini e un latte macchiato ed ero diventata amicona dei camerieri al baretto ( mi sentivo in dovere di ripagare il fatto che il loro era l'unico bagno disponibile nel raggio di un chilometro, e non scordiamoci delle mestruazioni). Avevo un brufolo sul naso, le unghie nere e il naso gelato. Incredibile cosa possa fare una nottata per strada, letteralmente, a milano. Alle undici e trenta apparve all'orizzonte il metallaro, che aveva bigiato le lezioni perchè si sentiva un verme nei miei confronti, cosa anche questa abbastanza vera. Così mentre lui faceva un paio di appelli per me corsi dal dottore a ritirare il certificato di malattia, poi a casa. Svenni sul letto per un paio d'ore, e sognai che ero in macchina e non sentivo l'appello, e quelli chiamavano il mio numero, e chiamavano chiamavano... Rinvenni in un bagno di sudore, e decisi che stare a casa a gingillarmi era proprio fuori questione.
Tornai al Golgota verso le 16.00, giusto in tempo per votare all'unanimità insieme con gli altri che da quel momento non si scherzava più, la gente in coda continuava ad aggiungersi, e da quel momento gli appelli sarebbero stati molto più ravvicinati e fatti direttamente dagli addetti alla biglietteria, per dare un tono semi ufficiale alla cosa.
Il pomeriggio scorreva peraltro lietamente tra i gas di scarico di Via Garibaldi e il veleno per i topi che la fruttivendola lì a fianco aveva sparso con abbondanza e senza lesinare sul marciapiede, incurante del fatto che metà di noi ci si stendeva sopra a dormire.
Uno dei punti più ameni della giornata era l'appello fatto dagli addetti alla biglietteria, che alle ore designate uscivano chiamando i numeri ed esibendo un'aria trionfale, con l'idea di sottintendere che se li avesse venduti un'altra biglietteria, quei biglietti non li avrebbe comprati nessuno, ma siccome invece loro erano un team di successo...
Ogni tanto a qualcuno di noi 35 veniva qualche paranoia, tipo E se poi non li vendono? E se domani mattina ci dicono che li vendono lunedì? E se invece che 70 ne hanno 50? Per fortuna cercavamo di farci venire queste comprensibilissime paturnie a cicli di tre/quattro persone al massimo per volta, cosicchè ciascuno potesse essere consolato dagli altri che poi a propria volta si sarebbero fatti consolare e così via. Ricordo un ragazzo che era invece costantemente impaturniato, girava con un eschimo di sessantottino richiamo e una cuffia col pon pon, e girellava smanioso da un gruppetto all'altro. Verso la fine sembrava un pò un reduce del Vietnam, solo più turbato, e ogni tanto afferrava qualcuno per il braccio e gli chiedeva esagitato, con occhi folli: " E se domani non li vendono? eh? EH? Se domani non li vendono io non ce la faccio! Io non ce la posso fare! E ormai non è più una questione di Bruce o non Bruce, è una questione tra me e quel fottuto biglietto del cazzo!!! ". Il metallaro, un ragazzone abituato a pogare con masse di energumeni in sequenze di irreversibile crescendo di ritmo e violenza, lo guardava intimorito. " Quello lì " - diceva - " mi fa paura."
Poi c'era il tuttologo, un romano, uno di quelli che pensano che Springsteen l'hanno scoperto loro mentre il resto di noi feccia si dibatteva ancora nel proprio brodo primordiale. " Che negli ultimi anni fa delle canzoni che nun me fanno neanche venì più in mènte l'òmo ch'èra una volta che pareva zompasse dajàrberi quando stava sur palco, ma fa gnènte."
Poi c'era un milanese, che per qualche motivo recondito, che potremmo in fondo ridurre a una profonda, endemica stupidità, in quanto primo della lista voleva da tutti essere chiamato numero Uno, cosa che io e qualche altro anarcoide ci rifiutavamo categoricamente di fare, ( numero uno ma chi, numero uno ma COSA, numero uno ma và a dormire! ), e l'Uomo Focaccia.
L'Uomo Focaccia era una figura solitaria, che non faceva comunella con nessuno. Per tutti i tre giorni di passione non fu visto con nient'altro in mano se non un pezzo di focaccia, o in alternativa un panzerotto. Li comprava dal panettiere lì vicino, si metteva seduto sul veleno per topi col suo bravo sacchetto vicino, e mangiava la focaccia. Non era un amante della sperimentazione gastronomica, comprava sempre la focaccia genovese. Poi quando scendeva la sera, e i negozi chiudevano, lui apriva il sacchetto, estraeva gli avanzi, e cominciava a tirare pezzetti di focaccia sui tettucci delle macchine che passavano. A volte si alzava, forse desideroso di esplorare nuove forme di esilio alimentare, e buttava la focaccia in cima all'insegna del baretto, o sul tetto della cabina telefonica, ma per lo più stava nel suo angolino e si dilettava nel tiro di precisione alle auto di passaggio.
Poi c'erano le Bagarine. All'inizio della prevendita, qualche bagarino era apparso all'orizzonte, ma era stato subito messo in fuga dall'idea di tre giorni di attesa. A un certo punto erano arrivate due ragazze, avevano chiesto Che fate? e un demente, che stava sempre a dire Springsting di quà Springsting di là, aveva spiegato il tutto, e queste, stringendo gli occhi:" Facci capire... una volta in mano, questi biglietti varranno molto?" E il demente : "Oh, sì, puoi proprio scommetterci!". E così le due si erano piazzate in fila con noi, con il solo scopo di vendere il biglietto al miglior offerente.
Tutti noi cercavamo nuove oppurtunità per sfuggire al freddo, e anche al bagno del baretto, che partito il giorno prima in condizioni spartane dopo due giorni di frequentazioni assidue di tutti noi andava avvicinandosi come tematiche a quello di Trainspotting. Tre ragazzi andarono al cinema previo accordo col gestore di poter uscire durante l'intervallo per l'appello. Qualcuno vagava per i locali vicini, una pizzeria e un pub, qualcuno aspettava i genitori che arrivano in processione tra le sette e le nove di sera e portavano generi di prima necessità ( una madre per qualche oscuro motivo portò al figlio le melanzane alla parmigiana, che durante la notte all'adiaccio gli si riproposero con risultati sorprendenti. Disgustosi, ma sorprendenti ). Io, che ero sola, nonchè mestruata, e sognavo un bidet, nell'intervallo tra l'appello delle sette e quello delle nove di sera mi aggregai alle Bagarine, che abitavano poco lontano. " Vivete insieme? " chiesi mentre salivamo le scale. "Sì" risposero in coro, " siamo una comunità."
Comunità?
Aprirono. L'appartamento dava direttamente in una stanza dov'erano ammucchiate una decina di persone, occupando tutto lo spazio disponibile. C'erano due ragazzini stesi su un tappeto, quattro ragazze ammassate su due poltrone e tre su un divanetto. Due cani e due gatti. Una televisione e una radio accese. Il rumore era indescrivibile. Nessuno si voltò a guardarci. In mezzo a tutto ciò si ergeva una signora che leggeva il giornale in piedi. " Ciao " dissero le Bagarine. " Ci facciamo un tè." "Un tè " - rispose la signora - " Non si nega a nessuno. " ( E un bagno? speriamo che sia liberale anche sul bagno! )
Andammo in cucina, che era grande all'incirca come l'oblò di una lavatrice. Misero su l'acqua per il tè in una pentola grande abbastanza da poterci lessare un maialino di piccole dimensioni, e io mi misi a leggere un enorme foglio appeso al muro: Turni di servizio per pulire i bagni e la cucina. Apperò. " Una mamma organizzata! " commentai. " Non è nostra mamma! " sentenziò una bambina grassoccia che ero quasi certa non fosse prima tra quelli che stavano all'ingresso. Quando il tè fu pronto, la bambina schizzò fuori gridando " Il tè è prontoooooo! " e da ogni parte cominciarono a sbucare esseri umani di ogni età, forma e dimensione, che si mettevano diligentemente in fila per ricevere la loro tazza fumante. Arrivai a contarne dodici, poi smisi. La signora si fece largo e aprì un armadietto. Tirò fuori un pò di michette e le mise in un cestino. " Chi ha fame " disse " può mangiare un pò di pane, col tè." "Anche tu" - aggiunse guardandomi. - " Un pò di pane " - concluse - " non si nega a nessuno."
Così ci bevemmo il tè con la michetta, e poi chiesi alla bambina paffuta se potevo usare il bagno.
"Sì " - rispose - "Andiamo adesso che non c'è nessuno!" suggerì in tono cospiratorio con la dimestichezza di una lunga permanenza in una casa con una quarantina di esseri umani e un solo wc.
Il bagno era piccolissimo, e stipato all'inverosimile di roba. Vestiti, appendini, asciugamani, ma anche libri, piante e lettiere per animali vari. La porta era a soffietto, senza serratura, e si chiudeva solo per tre quarti. Non c'era il bidet. Oh, andiamo! dov'ero capitata, nel Paradiso della promiscuità? Dozzine di ragazzi e ragazze che convivono, e non si può chiudere a chiave???? insomma! Volevo chiedere alla bambina se poteva stare lì a farmi da palo, ma quella naturalmente era scomparsa. Così puntellai alla meglio lo zaino contro la porta a soffietto, estrassi l'assorbente, e la porta si aprì. Entrò un ragazzo di circa vent'anni, che non parve molto turbato di trovare qualcuno di nuovo e/o sconosciuto in giro per casa. " Chi sei? " chiese amichevole. " E' una lunga storia. " risposi brusca. Cercavo di non sventolare troppo l'assorbente. Vedete, io sono stata educata all'antica: le ragazze dicono Prego, Per favore, se si ubriacano non si vomitano sui piedi, e non si cambiano i tampax di fronte agli sconosciuti, cose così. E poi ero stanca, e stufa, e volevo solo quel maledetto biglietto. Bè, quei due maledetti biglietti. E un bidet. Che non c'era. Così gli chiesi se per favore poteva uscire e farmi da palo, e lui disse " Oh, certo, figurati ", e quando ebbi fatto quel che dovevo fare andai verso l'ingresso, gettai un generico " Grazie di tutto " e me ne uscii. Le Bagarine non si vedevano. Forse non fui molto carina, ma l'ultima cosa al mondo che avrei potuto affrontare in quelle condizioni era una conversazione con Madre coraggio e i suoi figli, o nipoti, o affidati, o adepti.
Non ho mai saputo cosa la casa comune fosse esattamente. Se quelli fossero parenti fra loro, e quanti fossero, e perchè, e percome. Erano quasi le nove di sera, ero in ballo da quarantotto ore circa, ero sporca, stanca e avevo freddo. E dovevo ancora affrontare un'altra notte all'adiaccio. Penso che quello fu il momento in cui fu più vicina a mollare. Avevo voglia di piangere, e il pensiero del freddo che avrei patito fra qualche ora era del tutto scoraggiante. Bruce appariva un'entità vaga e lontana, Aprile e il concerto un periodo lontano anni, invece che mesi. Comunque tornai piano piano verso la biglietteria, feci l'appello, e poi andai con un capannello di Biglietti di Genova a bere nel pub vicino. Ci ubriacammo di super alcolici ( l'idea era che la birra non scalda poi tanto, ma fa pisciare una cifra, e... Sì, l'avete detto : noi NON avevamo un bagno, e una luuuunga notte davanti.)
Dopo l'appello dell'una andammo a dormire, ovvero ci stendemmo per terra o dove capitava. Io andai in macchina, e soffrii come un cane. Avevo il sacco a pelo, e varie coperte, ma avevo anche addosso il freddo di due giornate passate nel rigore di un marzo milanese. Niente avrebbe potuto scaldarmi. Avevo i crampi alle gambe, un principio di raffreddore e un mal di testa galattico. Facemmo due appelli, uno alle tre e uno alle sei del mattino. Albeggiava.
Intorno a noi, una scena familiare si dipanava: un signore col cane, il giornalaio, due netturbini. Aprì il baretto. " Oggi ve ne andate, eh? EH? "
Eh.
Alle nove, come in un sogno, la biglietteria aprì. Chiamarono i nostri numeri, e ci diedero i biglietti. Uscii col mio tagliandino stretto in mano. Attorno a me pacche sulle spalle, risa, grida di entusiasmo. Springsting e il numero Uno non erano contenti, perchè pur avendo dei posti di seconda fila, al Teatro Smeraldo, che è un teatro, come si evince dal nome, e non un palazzetto, il che significava per la prima volta in tutte le nostre vite circa vedere Bruce in faccia e contargli i peli del naso, se afferrati da questo stimolo improvviso, i loro posti erano un pò laterali. Li guardavo con tutto il disgusto possibile. E' proprio vero che se il dito indica il cielo, l'imbecille guarda il dito.
Aspettai fino alle dieci, e Biglietto di Genova uscì e mi diede il suo, cioè mio, tagliando.
" Bè ", disse, " ce l'abbiamo fatta."
" Sì, ce l'abbiamo fatta."
" E' finita! "
" Sì." - Lo guardai. Scoppiammo a ridere : " E meno male! " - esclamammo in coro.
Lo abbracciai, raccolsi tutti i miei cenci e corsi alla macchina. Gli altri, studenti nonchè fortunelli, erano ancora lì attorno a darsi pacche e a ridere, ma io alle due di quel pomeriggio dovevo andare a lavorare, altro che festeggiamenti. Non salutai nessuno. Del metallaro e di pochi altri avevo già telefoni e recapiti vari. Gli altri, li avrei comunque rivisti ai concerti, e poi odio gli addii. Montai in macchina, accesi l'autoradio e inserii la cassetta di The river. ( ai tempi nell'autoradio si infilavano le cassette, non i cd ). La E Street attaccò Sherry Darling. Aaaah.
Che bello.
Questa è la storia di come io e pochi altri valorosi prendemmo i biglietti del Teatro Smeraldo. Quando la racconto, di solito tutti mi ridono in faccia, e/o mi dicono che sono pazza. E probabilmente lo sono. Ma sapete cosa dice Jack Nicholson agli altri in Qualcuno volò sul nido del cuculo? Dice : " Ma credete veramente di essere pazzi? Davvero ? Invece no, non siete più pazzi della media dei coglioni che vanno in giro per la strada, ve lo dico io! "
E credo proprio che sia così.
"E d'un tratto capii che il pensare è per gli stupidi, mentre i cervelluti si affidano all'ispirazione".